Un progetto per il nostro tempo

L’associazione «Solidarietà Internazionalista» è uno strumento, un luogo di dibattito e approfondimento politico e culturale, le/i cui aderenti sono impegnate/i direttamente nel conflitto sociale e in progetti di autogestione, autorganizzazione, riappropriazione sociale.

Viviamo in tempi difficili. Alla dissoluzione di quello che nel Novecento abbiamo chiamato movimento operaio non è seguita ancora la costruzione di nulla che abbia la forza materiale e simbolica per affrontare la durezza degli attuali conflitti di classe. Di quel movimento siamo state/i parte ed in esso abbiamo condotto una battaglia politica e delle idee preziosa, collegandoci alle esperienze marxiste rivoluzionarie, critiche, libertarie, arricchite dalle acquisizioni dei movimenti sociali radicali del secondo dopoguerra, in primo luogo da quello femminista: per la rivoluzione permanente e l’emancipazione sociale come “opera dei lavoratori stessi”; contro la burocrazia nella mezzanotte del secolo; per una rivoluzione internazionale nel fuoco degli anni 60 e 70; contro il capitalismo, lo stalinismo e per la libera autodeterminazione dei popoli in lotta, dei movimenti di massa; per il femminismo e il libero orientamento sessuale; per una visione ecologica della trasformazione sociale.

Rivendichiamo per intero quelle battaglie, e sappiamo che molte di quelle acquisizioni sono ancora essenziali. Sappiamo però che una vicenda storica si è chiusa da tempo sull’onda della crisi della cultura di classe, dello sfarinamento della rete di relazioni tra sindacati, partiti, strutture associative e cooperative. L’insieme sinergico di movimento operaio è stato sfiancato da una progressiva perdita di coscienza provocata non solo dai colpi del capitalismo in crisi ma anche dalla fine e fallimento del comunismo realizzato, le cui macerie hanno finito per devastare i soggetti che si volevano liberati, e dall’egemonia conquistata in quello stesso movimento dalle tendenze prima socialdemocratiche e poi «social-liberiste», che hanno consegnato molte istituzioni realizzate dal movimento alle logiche di mercato che si volevano combattere. Quella storia è alle nostre spalle anche se genera ancora mostri del presente. Viviamo oggi il tempo lento della ricostruzione: delle idee, della forza materiale dei soggetti. E in questo tempo, in questa impresa ci collochiamo e ci impegniamo consapevoli della inadeguatezza irreversibile dell’attuale sinistra, figlia delle proprie colpe e dei propri errori.

Siamo compagne e compagni che in questi anni hanno partecipato all’esperienza di Sinistra Critica, della quale sono state/i anche fondatori, dirigenti, attiviste/i. Dall’interno di questa esperienza abbiamo maturato la convinzione che serva una rottura, una svolta decisa rispetto alla tradizione del piccolo partito ideologicamente cristallizzato e incapace per questo di comprendere le trasformazioni della composizione di classe e dei percorsi di politicizzazione.

Abbiamo costruito il progetto di Sinistra critica come alternativa alla deriva governista e compromissoria di Rifondazione comunista. Abbiamo tenuto in vita un’ispirazione e un patrimonio militante che, però, non è bastato all’impresa. Anche perché l’impresa stessa ha mutato coordinate e ridefinito le priorità. Oggi non si tratta più di costruire piccoli partiti, fondati sulla forza di un’ideologia che spesso surroga l’ininfluenza sociale. Viviamo il tempo della ricostruzione in cui i confini tra gli elementi politici e quelli sociali della lotta di classe si fanno più tenui e scoloriti e la ridefinizione di un progetto è più contraddittoria. All’esperienza di Sinistra critica guardiamo con serenità, convinti che quel percorso andasse compiuto fino in fondo. Non viviamo il suo scioglimento come un fallimento ma come una scelta consapevole e necessaria per investire le energie che ci ha lasciato, militanti e culturali, nel nuovo tempo che ci attende.

Il problema di come ricostruire un progetto anticapitalista in un contesto in cui le forze scarseggiano ma la rabbia sociale si acuisce resta il nodo di fondo. L’aggressione capitalistica è del tutto evidente, la rapina delle risorse pubbliche, del salario, dei diritti è compiuta ogni giorno con sempre meno pudore. La lotta di classe è sempre più “grezza”, ruvida, con corpi sociali che si trovano a diretto contatto con la violenza della controparte – che invece ha diversi “corpi intermedi” e strumenti per agire – e che sono chiamati a dare risposte estemporanee e sperimentali. Vanno lette così le esperienze di rivolta globale in corso nel pianeta, da Occupy agli Indignados fino alle rivoluzioni arabe e alle stesse lotte operaie in paesi fondamentali come la Cina. La ribellione è ovunque, spuria, multiforme, con caratteri primordiali di resistenza che ridefiniscono un alfabeto della rivoluzione. E’ a questo alfabeto che vogliamo collegarci sapendo che è il tempo della lenta impazienza dove la capacità di raccordarsi ai ritmi e ai linguaggi della moderna protesta è decisiva. I soggetti della trasformazione si riformeranno a partire dai tentativi di darsi l’autorganizzazione elementare. Per ricostruire non servono generici appelli all’unità della sinistra, ipotesi astratte di ricomposizione tra ceti militanti pur generosi ma svincolati da un processo reale di rimescolamento sociale.

Per un’opzione rivoluzionaria in assenza di condizioni rivoluzionarie, è quasi essenziale il tessuto sociale in cui insistere. Per questo pensiamo che il nostro compito non sia oggi quello di affermare un’identità già confezionata e a tutto tondo, quanto quella di costruire e sperimentare strumenti per l’autorganizzazione delle figure, vecchie e nuove, del lavoro salariato, del precariato, delle istanze di rivolta. Nel nostro orizzonte resta l’obiettivo di costruire un soggetto politico di classe, anticapitalista, ecologista, femminista. Quell’obiettivo ha però bisogno di precondizioni, di tempo, di innovazioni, di esperimenti. La priorità non è la forma-partito, le elezioni, la propaganda, ma la costruzione di strumenti di solidarietà classista e di mutuo soccorso, le vecchie “casematte” gramsciane. In questo senso lavoriamo per costruire un’area anticapitalista, ecologista, femminista, internazionalista.

Nel nuovo tempo la democrazia è più decisiva che mai. Democrazia come strumento di protagonismo sociale autodeterminato, spesso in latente contrapposizione al sistema istituzionale dominante. Come critica alla politica in grado di fondare una critica anti-sistemica e di immaginare istituzioni di movimento alternative. Non propagandiamo l’anti-elettoralismo a tutti i costi ma mentre le dinamiche sociali si muovono per cercare, sia pure confusamente, un senso alternativo al sistema istituzionale vigente, sarebbe un errore puntare sulla mera rappresentanza istituzionale.

In questo progetto entriamo con un’identità in movimento. L’identità non può essere data una volta per tutte perché essa stessa è un processo. Ribadiamo elementi storici fondamentali come la rottura con il capitalismo, la necessità di fondare istituzioni di movimento alternative, l’autodeterminazione democratica dei soggetti in lotta, la visione internazionalista, il rifiuto degli apparati e delle burocrazie, la libertà individuale a partire dagli orientamenti sessuali, la dimensione ecologica delle lotte. Il femminismo come parte integrante del processo di liberazione. Ma il nostro riferimento al marxismo critico si nutre di una grande apertura culturale e punta a valorizzare il meglio della tradizione rivoluzionaria. Soprattutto, si pone in ascolto e in ricerca di elementi nuovi e di soluzioni programmatiche inedite.

La lotta di classe è sempre più globalizzata. Questa consapevolezza ha assunto una larga dimensione già con il movimento antiglobalizzazione agli inizi degli anni 2000. La necessità di un’ Internazionale intesa come alleanza plurale, democratica, legata dalla libera scelta delle sue componenti, in grado di costruirsi non solo sul piano del progetto politico ma anche nella pratica dei movimenti, è oggi un’acquisizione incontestabile. Per questo restiamo nel campo del progetto e del dibattito della Quarta internazionale pur ritenendo che quella definizione abbia fatto il suo tempo e che, anche sul piano internazionale, occorra sfidare con più coraggio il futuro.

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